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Sulla strada (1957)

di Jack Kerouac

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27,757385102 (3.63)958
Sal Paradise, un giovane newyorkese con ambizioni letterarie, incontra Dean Moriarty, un ragazzo dell'Ovest. Uscito dal riformatorio, Dean comincia a girovagare sfidando le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Dean decide di ripartire per l'Ovest e Sal lo raggiunge; ©· il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in s©♭ una caratteristica eroica, Sal non pu©ø fare a meno di ammirarlo, anche quando febbricitante, a Citt© del Messico, viene abbandonato dall'amico, che torna negli Stati Uniti.… (altro)
  1. 122
    Paura e delirio a Las Vegas di Hunter S. Thompson (MyriadBooks)
  2. 82
    On the road. Il rotolo del 1951 di Jack Kerouac (tootstorm)
    tootstorm: If you still have the choice, do not pick up the originally-published edition and instead go for the Original Scroll. This should be on its way to replacing just plain ol' On the Road as the primo Kerouac (and even Beat) text for the adventurous romantics to become enamored with. More rhythm, more life, more of that depressing truth that filled Kerouac's subsequent work. It's a much stronger book.… (altro)
  3. 74
    Into the wild di Jon Krakauer (thiagobomfim)
  4. 30
    Off the Road: My Years with Cassady, Kerouac, and Ginsberg di Carolyn Cassady (Jannes)
    Jannes: Interesting behind-the-scenes look, and also something of an counterpoint to the tendency of over-romanticizing Jack and the gang that we, or at least I, are sometimes guiltily of. If you're a Beat-geek you can't really ignore this one.
  5. 20
    The Town and the City di Jack Kerouac (soulster)
  6. 53
    Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig (hippietrail)
  7. 21
    I detective selvaggi di Roberto Bolaño (hippietrail)
  8. 10
    Filosofia del viaggio: poetica della geografia di Michel Onfray (askthedust)
  9. 10
    Tredje stenen från solen : roman di Claes Holmström (Sawengo)
  10. 10
    Cigarett : roman di Per Hagman (Sawengo)
  11. 10
    Go di John Clellon Holmes (gbill)
  12. 00
    One and Only: The Untold Story of On the Road di Gerald Nicosia (mrkay)
  13. 00
    Big Sur di Jack Kerouac (John_Vaughan)
  14. 00
    I misteri di Pittsburgh di Michael Chabon (CGlanovsky)
  15. 12
    Rayuela: Il gioco del mondo di Julio Cortázar (caflores)
    caflores: Gente que busca y no sabe qué.
  16. 13
    Il giorno della locusta di Nathanael West (hippietrail)
  17. 010
    Ye Ole Fiendly Towne and Other Whittier Zombie Haikus: Whittier is suddenly scoured with zombies! And just where is Doobie McDonald during these mayhaps...BAY-beh!? di Doobie McDonald (privycouncilpress)
    privycouncilpress: A road trip film symbolizing the mindtrip your soul will have while reading 'Ye Ole Fiendly Towne and Other Whittier Zombie Haikus"
1950s (13)
Read (115)
Beat (10)
Books (23)
100 (53)
Read (16)
Florida (317)
1960s (264)
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1-5 di 12 (prossimo | mostra tutto)
Finalmente anch’io ho letto il libro iconico della beat generation: ci è voluta la quarantena per convincermi a dargli una possibilità perché in tutta onestà non mi sembrava un libro che facesse per me. In effetti, in parte è stato così, ma sono abbastanza sicura che avrei apprezzato di più Sulla strada se Kerouac avesse usato meglio il suo talento.

La mia impressione alla fine della lettura è stata quella di un romanzo squilibrato: ci sono un sacco di pagine su posti visti, gente conosciuta e azioni svolte che magari nelle intenzioni di Kerouac volevano rompere le logiche borghesi, ma che a me sono sembrate solo un elenco fine a se stesso di posti, gente e azioni. Immagino che nel 1957 quelle pagine restituissero un significato dissacrante semplicemente esistendo, ma oggi mi è sembrato molto meno incisivo.

Tuttavia, ci sono delle scintille di critica alla società ancora perfettamente valide e puntuali nella loro denuncia. Ci è voluta un po’ di tenacia per vederle in mezzo ai posti, alla gente e alle azioni buttate lì, ma hanno reso la mia esperienza di lettura tutto sommato positiva e mi hanno messo voglia di leggere altro di Kerouac (consigli?). ( )
  lasiepedimore | Jan 14, 2024 |
Quando riprendo tra le mani uno dei libri che vanno letti almeno una volta nella vita, provo sempre una certa inadeguatezza nel parlarne. Non fa eccezione questo “Sulla strada”, universalmente conosciuto con il titolo originale di “On the road” di Jack Kerouac. Non posso dire sia uno dei libri di quel periodo che mi è piaciuto di più, ma resta senza dubbio, in considerazione dell’epoca in cui è stato pubblicato, un’icona generazionale e della letteratura “beat”. Come mi disse qualche anno fa un appassionato relatore ad un convegno sulla “beat generation” questo “è un romanzo che ha catturato lo spirito ribelle e avventuroso dell'America degli anni '50 ed è diventato un'opera fondamentale nella storia della letteratura americana”. Lo è senza dubbio mi sento di dire, come è certo che questo romanzo uscito nel 1957, ma che snoda la sua narrazione errante in un lasso temporale compreso tra l’immediato secondo dopoguerra e il 1950, rappresenta uno dei testi più influenti e celebri della cultura d’oltreoceano del XX secolo, capace di influenzare anche il pensiero europeo.

Non a caso ne conservo in biblioteca un paio di copie. Un'edizione curata dalla San Paolo all’interno di una collana dedicata ai “Grandi della narrativa” edita nel 1998, che si arricchisce di una sezione iniziale dedicata alla vita dell’autore nato nel 1922 e alle sue opere, con una sintetica, ma efficace bibliografia di approfondimento. La seconda che è questa, nella tradizionale edizione degli Oscar Mondadori (1995) nella collana “Scrittori del Novecento”, impreziosita da una bellissima introduzione dedicata alla “beat generation” firmata da Fernanda Pivano. In entrambe le stampe la traduzione è affidata a Magda de Cristofaro.

A priori dico subito che, rivedendo anche i miei paranoici appunti di gioventù sui libri che leggevo (ero già un seguace del culto pagano dei libri, quegli stessi oggetti sovversivi che Ray Bradbury brucia nel 1953 nel suo celebre Fahrenheit 451), che le mie impressioni su “On the road” sono mutate più volte. Se nella foga idealista post adolescenziale lo avevo descritto e raccontato come l’essenza della fuga, dell’indipendenza, della scoperta, dell’esperienza, tanto poi da fare scelte che nella vita riflettono quell’idea e quelle sensazioni (ho scelto di viaggiare per anni in giro per il mondo rinunciando alle certezze di un lavoro sicuro), nella rilettura più matura ne ho ricavato sensazioni certamente più nostalgiche, una visione più distaccata di certi eventi fuori dalle pulsioni dal contesto storico in cui si svolgono. Dunque anche una minore speditezza nella lettura, che a tratti, lo confesso, mi ha quasi disorientato, benché la mia esperienza su latitudini e longitudini mi corra sempre in aiuto. Inseguire Sal Paradiso ed il suo circo di amicizie un po’ folli non è una passeggiata in piano, ma un po’ di cinetosi si può sopportare.

Ne desumo che ciò sia l’effetto di quella che Kerouac stesso ebbe a definire come una “prosa spontanea” e che quella incredibile spontaneità che l’autore trasferisce alla sua scrittura mi è apparsa come l’immagine in velocità delle righe al centro della strada che si percorre. Insomma, si deve metabolizzare la velocità e al contempo il senso dell’istantanea. Si deve cogliere l'istante perché, in quanto tale, è irripetibile, non più rielaborabile all’interno di un testo scritto per catturare il flusso di coscienza e l'energia del movimento, essenza stessa del viaggio che spinge gli interpreti a girovagare con, ma anche senza, una meta precisa. Una necessità vitale per una gioventù ribelle che cerca di sovvertire l’ordine sociale e culturale in cui si trova a vivere e al quale rifiuta di conformarsi.

La Hudson dei protagonisti, che corre, scivola via, quasi senza una rotta precisa, sulle strade d’America, incarna lo spirito d’avventura, la voglia di improvvisazione, di estemporaneità del periodo beat. «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero» diceva Orazio, “mentre parliamo il tempo sta fuggendo, come se ci invidiasse. Cogli l'attimo (afferra il giorno) e spera il meno possibile nel domani”. Il romanzo di Kerouac è un “carpe diem” che ha caratterizzato un’epoca in cui, le ferite ancora aperte di chi tornava dal fronte della Seconda Guerra Mondiale si mescolavano ad un’insofferenza generazionale che contestava i padri, ma anche il sistema del buon vivere americano, delle politiche del potere guerrafondaio e cercava una nuova filosofia di vita. Un ricerca che, negli anni che seguiranno, influenzerà fortemente la gioventù americana, i movimenti pacifisti, le arti, la narrazione della vita stessa.

Per chi non ne abbia mai sentito parlare, dico subito che il romanzo è diviso in cinque parti. Kerouac racconta di una incredibile serie di viaggi in autostop e autobus, in gran parte improvvisati, fatti dal veterano Sal Paradiso (oggi diremmo l’avatar di Kerouac stesso) e dai suoi amici attraverso gli Stati Uniti. Kerouac lo scrisse in poco meno di un mese, nella primavera del 1951 nella sua dimora di New York, rielaborando i suoi diari di viaggio fatti con gli amici tra il 1947 e il 1950. Possiamo quindi chiaramente parlare di un romanzo autobiografico nel quale non è nemmeno molto difficile identificare protagonisti e attori: se Sal Paradise, aspirante scrittore in cerca di ispirazione, è l’alter ego di Kerouac, il controverso amico Dean Moriarty, carismatico, istintivo, che nell’avventura trova il senso puro della libertà, certamente si ispira a Neal Cassady. A completare il cast troviamo poi Carlo Marx (Allen Ginsberg) e Old Bull Lee (William S. Burroughs).

In un’America in grande fermento, dove lo scontro generazionale va salendo, Sal, nell’inverno del 1947, conosce Dean Moriarty da poco uscito di prigione e novello sposo, con un concetto assolutamente beat del matrimonio libero, poligamo e “sperimentale”. Insieme a loro bazzicano tra locali e comuni improvvisate un gruppo di giovani pensatori tra cui, il nome è già un programma, Carlo Marx il poeta. La filosofia di vita di Moriarty è contagiante. La sua visione libertaria della società, talvolta fortemente egocentrica, perennemente alla ricerca di esperienze al limite, con ampio abuso di alcol e droghe, influenza il gruppo, ma soprattutto Sal, alimentando nel giovane protagonista una sorta di idolatria nei suoi confronti, nonché la brama di evasione da confini geografici e barriere ideologiche, dalle convenzioni, dalla necessità di sperimentare e allargare i propri orizzonti di bravo ragazzo americano. E il viaggio è la via di fuga, la dimensione errabonda e dell’avventura che lo porterà a percorrere la mitica Route 66, a scivolare da una costa all’altra degli States, a San Francisco e Los Angeles, dove conosce una ragazza messicana di cui si innamora, nelle grandi distese del Midwest, tra i Grandi Laghi, nelle paludi del profondo sud oggi tanto care alla scrittura di Lansdale. Colonna sonora del viaggio per antonomasia è il jazz primigenio, il be bop alla Miles Davis e la voce dai riflessi blues di Billie Holiday.

“In principio il nostro viaggio fu piovigginoso e misterioso. Potevo capire che tutto stava per diventare una gran saga nella nebbia. “Urrà” urlava Dean. “Ecco che andiamo!” E si rannicchiava sul volante e lanciava la macchina come un bolide; era tornato nel suo elemento, ognuno di noi poteva vederlo. Tutti eravamo felici, ci rendevamo conto che stavamo abbandonando dietro di noi la confusione e le sciocchezze e compiendo la nostra unica e nobile funzione nel tempo, andare” (“On the road” di Jack Kerouac).

Non è la meta che importa, è il viaggio. Non è un viaggio, sono tanti viaggi. Che messi insieme rappresentano nella narrazione di Kerouac una rivoluzione culturale capace di catturare l'essenza e l'energia della controcultura beatnik degli anni '50 e influenzare generazioni a venire di artisti, scrittori e musicisti. Nel libro però, quasi tutto dovesse avere una fine per ritrovare una rinascita, Sal, complice una malattia, inizia a distaccarsi da Dean, ne comprende l’egoismo dell’abbandono e umanizza il mito, non lo colpevolizza perché in lui matura la consapevolezza che è il momento di scegliere cosa fare della propria vita, lasciando il compagno di tante avventure alla esistenza errabonda e sbandata che egli si è scelto

Credo di aver già detto molto su un libro su cui è stato scritto davvero tutto e mi sarebbe oltremodo difficile, nello spazio che mi sono accordato, elaborare un trattato sulla cultura e sulla generazione beat. Per questo rimando all’ottima presentazione di Fernanda Pivano nell'edizione Oscar Mondadori che fa un racconto e un'analisi accurata del fenomeno. Chiudo con un pettegolezzo, una piccola faziosità sollevata da alcuni, tra questi il critico
Ronald K.L. Collins che, dalle pagine del Washington Post, insinua il dubbio che forse, senza quella fortuita, brillante, convincente recensione a firma di Gilbert Millstein sul New York Times (era il settembre del 1957), “On the road” sarebbe stato un libro qualunque. Millstein, che influenzò certamente altri recensori dopo di lui, ne parlò come di “un’occasione storica per capire l’epoca attraverso un’autentica opera d’arte” e aggiunse definendo il libro come “l’espressione più alta ed eloquente di ciò che qualche anno fa è stata chiamata generazione ‘Beat’”.

Va da sé che un libro cult generazionale come “Sulla strada” ha da sempre raccolto intorno a sé grandi estimatori che lo hanno esaltato per aver offerto una onesta rappresentazione della gioventù dell'epoca e dei propri ideali, così come di detrattori che lo hanno aspramente criticato per aver enfatizzato uno stile di vita anarchico, senza regole e persino autodistruttivo. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto senza quella fatidica recensione, quello che però possiamo affermare con certezza è che “Sulla strada/On the Road" ha avuto un impatto duraturo sulla letteratura e la cultura americana, influenzando scrittori e autori come Bob Dylan, Allen Ginsberg e Hunter S. Thompson. Ha anche ispirato molte persone a intraprendere viaggi simili in cerca di avventura e del significato della vita. ( )
  Sagitta61 | Sep 21, 2023 |
Quando riprendo tra le mani uno dei libri che vanno letti almeno una volta nella vita, provo sempre una certa inadeguatezza nel parlarne. Non fa eccezione questo “Sulla strada”, universalmente conosciuto con il titolo originale di “On the road” di Jack Kerouac. Non posso dire sia uno dei libri di quel periodo che mi è piaciuto di più, ma resta senza dubbio, in considerazione dell’epoca in cui è stato pubblicato, un’icona generazionale e della letteratura “beat”. Come mi disse qualche anno fa un appassionato relatore ad un convegno sulla “beat generation” questo “è un romanzo che ha catturato lo spirito ribelle e avventuroso dell'America degli anni '50 ed è diventato un'opera fondamentale nella storia della letteratura americana”. Lo è senza dubbio mi sento di dire, come è certo che questo romanzo uscito nel 1957, ma che snoda la sua narrazione errante in un lasso temporale compreso tra l’immediato secondo dopoguerra e il 1950, rappresenta uno dei testi più influenti e celebri della cultura d’oltreoceano del XX secolo, capace di influenzare anche il pensiero europeo.

Non a caso ne conservo in biblioteca un paio di copie. La prima è questa edizione curata dalla San Paolo all’interno di una collana dedicata ai “Grandi della narrativa” edita nel 1998, che si arricchisce di una sezione iniziale dedicata alla vita dell’autore nato nel 1922 e alle sue opere, con una sintetica, ma efficace bibliografia di approfondimento. La seconda (che recensisco il LT), nella tradizionale edizione degli Oscar Mondadori (1995) nella collana “Scrittori del Novecento”, impreziosita da una bellissima introduzione dedicata alla “beat generation” firmata da Fernanda Pivano. In entrambe le stampe la traduzione è affidata a Magda de Cristofaro.

A priori dico subito che, rivedendo anche i miei paranoici appunti di gioventù sui libri che leggevo (ero già un seguace del culto pagano dei libri, quegli stessi oggetti sovversivi che Ray Bradbury brucia nel 1953 nel suo celebre Fahrenheit 451), che le mie impressioni su “On the road” sono mutate più volte. Se nella foga idealista post adolescenziale lo avevo descritto e raccontato come l’essenza della fuga, dell’indipendenza, della scoperta, dell’esperienza, tanto poi da fare scelte che nella vita riflettono quell’idea e quelle sensazioni (ho scelto di viaggiare per anni in giro per il mondo rinunciando alle certezze di un lavoro sicuro), nella rilettura più matura ne ho ricavato sensazioni certamente più nostalgiche, una visione più distaccata di certi eventi fuori dalle pulsioni dal contesto storico in cui si svolgono. Dunque anche una minore speditezza nella lettura, che a tratti, lo confesso, mi ha quasi disorientato, benché la mia esperienza su latitudini e longitudini mi corra sempre in aiuto. Inseguire Sal Paradiso ed il suo circo di amicizie un po’ folli non è una passeggiata in piano, ma un po’ di cinetosi si può sopportare.

Ne desumo che ciò sia l’effetto di quella che Kerouac stesso ebbe a definire come una “prosa spontanea” e che quella incredibile spontaneità che l’autore trasferisce alla sua scrittura mi è apparsa come l’immagine in velocità delle righe al centro della strada che si percorre. Insomma, si deve metabolizzare la velocità e al contempo il senso dell’istantanea. Si deve cogliere l'istante perché, in quanto tale, è irripetibile, non più rielaborabile all’interno di un testo scritto per catturare il flusso di coscienza e l'energia del movimento, essenza stessa del viaggio che spinge gli interpreti a girovagare con, ma anche senza, una meta precisa. Una necessità vitale per una gioventù ribelle che cerca di sovvertire l’ordine sociale e culturale in cui si trova a vivere e al quale rifiuta di conformarsi.

La Hudson dei protagonisti, che corre, scivola via, quasi senza una rotta precisa, sulle strade d’America, incarna lo spirito d’avventura, la voglia di improvvisazione, di estemporaneità del periodo beat. «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero» diceva Orazio, “mentre parliamo il tempo sta fuggendo, come se ci invidiasse. Cogli l'attimo (afferra il giorno) e spera il meno possibile nel domani”. Il romanzo di Kerouac è un “carpe diem” che ha caratterizzato un’epoca in cui, le ferite ancora aperte di chi tornava dal fronte della Seconda Guerra Mondiale si mescolavano ad un’insofferenza generazionale che contestava i padri, ma anche il sistema del buon vivere americano, delle politiche del potere guerrafondaio e cercava una nuova filosofia di vita. Un ricerca che, negli anni che seguiranno, influenzerà fortemente la gioventù americana, i movimenti pacifisti, le arti, la narrazione della vita stessa.

Per chi non ne abbia mai sentito parlare, dico subito che il romanzo è diviso in cinque parti. Kerouac racconta di una incredibile serie di viaggi in autostop e autobus, in gran parte improvvisati, fatti dal veterano Sal Paradiso (oggi diremmo l’avatar di Kerouac stesso) e dai suoi amici attraverso gli Stati Uniti. Kerouac lo scrisse in poco meno di un mese, nella primavera del 1951 nella sua dimora di New York, rielaborando i suoi diari di viaggio fatti con gli amici tra il 1947 e il 1950. Possiamo quindi chiaramente parlare di un romanzo autobiografico nel quale non è nemmeno molto difficile identificare protagonisti e attori: se Sal Paradise, aspirante scrittore in cerca di ispirazione, è l’alter ego di Kerouac, il controverso amico Dean Moriarty, carismatico, istintivo, che nell’avventura trova il senso puro della libertà, certamente si ispira a Neal Cassady. A completare il cast troviamo poi Carlo Marx (Allen Ginsberg) e Old Bull Lee (William S. Burroughs).

In un’America in grande fermento, dove lo scontro generazionale va salendo, Sal, nell’inverno del 1947, conosce Dean Moriarty da poco uscito di prigione e novello sposo, con un concetto assolutamente beat del matrimonio libero, poligamo e “sperimentale”. Insieme a loro bazzicano tra locali e comuni improvvisate un gruppo di giovani pensatori tra cui, il nome è già un programma, Carlo Marx il poeta. La filosofia di vita di Moriarty è contagiante. La sua visione libertaria della società, talvolta fortemente egocentrica, perennemente alla ricerca di esperienze al limite, con ampio abuso di alcol e droghe, influenza il gruppo, ma soprattutto Sal, alimentando nel giovane protagonista una sorta di idolatria nei suoi confronti, nonché la brama di evasione da confini geografici e barriere ideologiche, dalle convenzioni, dalla necessità di sperimentare e allargare i propri orizzonti di bravo ragazzo americano. E il viaggio è la via di fuga, la dimensione errabonda e dell’avventura che lo porterà a percorrere la mitica Route 66, a scivolare da una costa all’altra degli States, a San Francisco e Los Angeles, dove conosce una ragazza messicana di cui si innamora, nelle grandi distese del Midwest, tra i Grandi Laghi, nelle paludi del profondo sud oggi tanto care alla scrittura di Lansdale. Colonna sonora del viaggio per antonomasia è il jazz primigenio, il be bop alla Miles Davis e la voce dai riflessi blues di Billie Holiday.

“In principio il nostro viaggio fu piovigginoso e misterioso. Potevo capire che tutto stava per diventare una gran saga nella nebbia. “Urrà” urlava Dean. “Ecco che andiamo!” E si rannicchiava sul volante e lanciava la macchina come un bolide; era tornato nel suo elemento, ognuno di noi poteva vederlo. Tutti eravamo felici, ci rendevamo conto che stavamo abbandonando dietro di noi la confusione e le sciocchezze e compiendo la nostra unica e nobile funzione nel tempo, andare” (“On the road” di Jack Kerouac).

Non è la meta che importa, è il viaggio. Non è un viaggio, sono tanti viaggi. Che messi insieme rappresentano nella narrazione di Kerouac una rivoluzione culturale capace di catturare l'essenza e l'energia della controcultura beatnik degli anni '50 e influenzare generazioni a venire di artisti, scrittori e musicisti. Nel libro però, quasi tutto dovesse avere una fine per ritrovare una rinascita, Sal, complice una malattia, inizia a distaccarsi da Dean, ne comprende l’egoismo dell’abbandono e umanizza il mito, non lo colpevolizza perché in lui matura la consapevolezza che è il momento di scegliere cosa fare della propria vita, lasciando il compagno di tante avventure alla esistenza errabonda e sbandata che egli si è scelto

Credo di aver già detto molto su un libro su cui è stato scritto davvero tutto e mi sarebbe oltremodo difficile, nello spazio che mi sono accordato, elaborare un trattato sulla cultura e sulla generazione beat. Per questo rimando all’ottima presentazione di Fernanda Pivano nell'edizione Oscar Mondadori che fa un racconto e un'analisi accurata del fenomeno. Chiudo con un pettegolezzo, una piccola faziosità sollevata da alcuni, tra questi il critico
Ronald K.L. Collins che, dalle pagine del Washington Post, insinua il dubbio che forse, senza quella fortuita, brillante, convincente recensione a firma di Gilbert Millstein sul New York Times (era il settembre del 1957), “On the road” sarebbe stato un libro qualunque. Millstein, che influenzò certamente altri recensori dopo di lui, ne parlò come di “un’occasione storica per capire l’epoca attraverso un’autentica opera d’arte” e aggiunse definendo il libro come “l’espressione più alta ed eloquente di ciò che qualche anno fa è stata chiamata generazione ‘Beat’”.

Va da sé che un libro cult generazionale come “Sulla strada” ha da sempre raccolto intorno a sé grandi estimatori che lo hanno esaltato per aver offerto una onesta rappresentazione della gioventù dell'epoca e dei propri ideali, così come di detrattori che lo hanno aspramente criticato per aver enfatizzato uno stile di vita anarchico, senza regole e persino autodistruttivo. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto senza quella fatidica recensione, quello che però possiamo affermare con certezza è che “Sulla strada/On the Road" ha avuto un impatto duraturo sulla letteratura e la cultura americana, influenzando scrittori e autori come Bob Dylan, Allen Ginsberg e Hunter S. Thompson. Ha anche ispirato molte persone a intraprendere viaggi simili in cerca di avventura e del significato della vita. ( )
  Sagitta61 | Sep 21, 2023 |
Pensavo meglio. Non che sia un brutto libro, per carità, però è un libro senza molto senso. La storia di infinite peregrinazioni in auto fra New York e San Francisco, almeno quattro volte, con una deviazione finale verso il Messico.
Autovetture sempre ridotte male, a fine corsa, pochi soldi in tasca, grande amore per il jazz e per il basket.
Però è solo il racconto di una lunghissima peregrinazione, attraverso paesi sentiti, con storie quasi inverosimili in orari inverosimili, multipli amori, tutto sul confine fra realtà e irraltà (non fantasia, sarebbe irrazionale) in un'America fine anni '40, subito dopo la guerra, pronta all'ennesimo grande sogno degli anni '60.
Non c'è una trama, non c'è un filo logico che lega il tutto se non L'ANDARE, comunque ANDARE. E questo alla fine mi ha un po' stufato. ( )
  sbaldi59 | Jun 6, 2023 |
On the road dà proprio il senso della strada, traduzione italiana dello splendido libro di Kerouac. On the road è un viaggio, anzi il viaggio di un’intera generazione, o il viaggio di tutti i viaggiatori. Il viaggio che come dice la Pivano nella sua ottima postfazione, non è una fuga, ma una ricerca. Una ricerca di sé e, allo stesso tempo, degli altri, delle diversità e delle armonie. Chi viaggia non vuole arrivare, ma vuole andare. Il senso di questo moto non è né da luogo né a luogo, ma per luogo. Un gerundio infinito di cose che diventano; e non si sa come. Ed è la ricerca ad averci condannati, da sempre e per sempre, ad essere accusati di vagabondaggio. Ma è la forza dei giovani, del loro viaggio verso la vita che ha sempre dilaniato le turrite mura della conservazione. Le Gelmini abbondano, hanno abbondato ed abbonderanno per giudicare chi cresce vivendo, cercando negli altri e nell’esperienza la ricetta per questa straordinaria avventura che è la vita. On the road è un libro bellissimo. E c’è altro poco da dire. ( )
  grandeghi | Aug 30, 2020 |
35 livres cultes à lire au moins une fois dans sa vie
Quels sont les romans qu'il faut avoir lu absolument ? Un livre culte qui transcende, fait réfléchir, frissonner, rire ou pleurer… La littérature est indéniablement créatrice d’émotions. Si vous êtes adeptes des classiques, ces titres devraient vous plaire.
De temps en temps, il n'y a vraiment rien de mieux que de se poser devant un bon bouquin, et d'oublier un instant le monde réel. Mais si vous êtes une grosse lectrice ou un gros lecteur, et que vous avez épuisé le stock de votre bibliothèque personnelle, laissez-vous tenter par ces quelques classiques de la littérature.
aggiunto da vibesandall | modificaCosmopolitan, V. Lasserre ; C. Fischer ; M. Bonvard (Jul 8, 2022)
 
The wonder of Kerouac’s muscular, free-form, imagistic language still astonishes. He remains an essential American mythologiser – one caught up in that backstreet world of bohemian life, before it was transformed by the harsh social Darwinism of capitalism. The title of his one towering achievement became a turn of phrase that went global, and his name became an adjective. That strikes me as not a bad legacy for a boy from the mean streets of post-industrial New England. A hundred years after his birth, we still want to live that Kerouacian vision of life as one long cool stretch of highway.
 
Poetic, ecstatic, debauched novel that changed literature.

aggiunto da vibesandall | modificaCommon Sense Media, Barbara Schultz (Jun 17, 2015)
 
The creative history of Kerouac’s beat-generation classic, fuelled by pea soup and benzedrine, has become as famous as the novel itself.
aggiunto da vibesandall | modificaThe Guardian, Robert McCrum (Mar 2, 2015)
 
Pop writing at its best. It changed the way I saw the world, making me yearn for fresh experience

aggiunto da vibesandall | modificaINDEPENDENT ON SUNDAY, HANIF KUREISHI
 

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Nome dell'autoreRuoloTipo di autoreOpera?Stato
Jack Kerouacautore primariotutte le edizionicalcolato
Brice, SilvijaTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Buckley, PaulProgetto della copertinaautore secondarioalcune edizioniconfermato
Charters, AnnIntroduzioneautore secondarioalcune edizioniconfermato
Flesher, VivienneImmagine di copertinaautore secondarioalcune edizioniconfermato
Golüke, GuidoTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Holmes, AndrewImmagine di copertinaautore secondarioalcune edizioniconfermato
Muller, FrankNarratoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Pivano, FernandaTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Sauter, PeeterTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Vandenbergh, JohnTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato

Premi e riconoscimenti

Menzioni

Elenchi di rilievo

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Titolo canonico
Titolo originale
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Data della prima edizione
Personaggi
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Eventi significativi
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Film correlati
Epigrafe
Dedica
Incipit
Dati dalle informazioni generali inglesi. Modifica per tradurlo nella tua lingua.
I first met Dean not long after my wife and I split up.
Citazioni
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". . . and I shambled after as I've been doing all my life after people who interest me, because the only people for me are the mad ones, the ones who are mad to live, mad to talk, mad to be saved, desirous of everything at the same time, the ones who never yawn or say a commonplace thing, but burn, burn, burn like fabulous yellow roman candles exploding like spiders across the stars and in the middle you see the blue centerlight pop and everybody goes 'Awww!'"
In the window I smelled all the food of San Francisco.   There were seafood places out there where the buns were hot, and the baskets were good enough to eat too; where the menus themselves were soft with foody esculence as though dipped in hot broths roasted dry and good enough to eat too.  Just show me the bluefish spangle on a seafood menu, and I'd eat it; let me smell the butter and lobster claws.  There were places where hamburgers sizzled on grills and the coffee was only a nickel.  And oh, that pan fried chow mein flavored air that blew into my room from Chinatown, vying with the spaghetti sauces of North Beach, the soft-shell crab of Fisherman's Wharf- nay, the ribs of Fillmore turning on spits! Throw in the Market street chili beans, red-hot, and french-fried potatoes of the Embarcadero wino night, and steamed clams from Sausalito across the bay, and that's ah-dream of San Francisco.  Add fog, hunger making, raw fog, and the throb of neons in the soft night, the clack of high heeled beauties, white doves in a Chinese grocery window.
Great beautiful clouds floated overhead, valley clouds that made you feel the vastness of old tumbledown holy America from mouth to mouth and tip to tip.
'You have absolutely no regard for anybody but yourself and your damned kicks. All you think about is what's hanging between your legs and how much money or fun you can get out of people and then you just throw them aside. Not only that but you're silly about it. It never occurs to you that life is serious and there are people trying to make something decent out of it instead of just goofing all the time.'
Every one of these things I said was a knife at myself. Everything I had ever secretly held against my brother was coming out: how ugly I was and what filth I was discovering in the depths of my own impure psychologies.
Ultime parole
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Nota di disambiguazione
Redattore editoriale
Elogi
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Risorse esterne che parlano di questo libro

Wikipedia in inglese (2)

Sal Paradise, un giovane newyorkese con ambizioni letterarie, incontra Dean Moriarty, un ragazzo dell'Ovest. Uscito dal riformatorio, Dean comincia a girovagare sfidando le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Dean decide di ripartire per l'Ovest e Sal lo raggiunge; ©· il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in s©♭ una caratteristica eroica, Sal non pu©ø fare a meno di ammirarlo, anche quando febbricitante, a Citt© del Messico, viene abbandonato dall'amico, che torna negli Stati Uniti.

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Descrizione del libro
Sal Paradise, un giovane newyorkese con ambizioni letterarie, incontra Dean Moriarty, un ragazzo dell'Ovest. Uscito dal riformatorio, Dean comincia a girovagare sfidando le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Dean decide di ripartire per l'Ovest e Sal lo raggiunge; è il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in sé una caratteristica eroica, Sal non può fare a meno di ammirarlo, anche quando febbricitante, a Città del Messico, viene abbandonato dall'amico, che torna negli Stati Uniti.
Riassunto haiku

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Edizioni: 0141182679, 0140265007, 0141037482, 0241951534, 0141198206

 

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