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The Last of the Just di Andre Schwarz-Bart
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The Last of the Just (edizione 1961)

di Andre Schwarz-Bart

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8112120,144 (4.24)43
THE BOOK- In every generation, according to Jewish tradition, thirty-six just men, the Lamed-waf, are born to take the burden of the world's suffering upon themselves. At York in 1185 the just man was Rabbi Yom Tov Levey, whose sacrifice so touched God that he gave his descendants one just man each generation, all the way down to Ernie Levey, the last of the just, killed at Auschwitz in 1943. This, then, is the story of Ernie Levey.… (altro)
Utente:Gypsy_Boy
Titolo:The Last of the Just
Autori:Andre Schwarz-Bart
Info:Atheneum (1961), Hardcover, 409 pages
Collezioni:La tua biblioteca
Voto:
Etichette:fiction (France)

Informazioni sull'opera

L'ultimo dei Giusti di André Schwarz-Bart

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"Da quando ho cominciato a scrivere, il mio sogno è stato di poter trattare un argomento come quello di L'ultimo dei Giusti. Ma per molto tempo non ne ho avuto il coraggio. Non voglio dire che pensassi di non averne i mezzi, voglio realmente dire che non credevo di avere il diritto di scrivere un libro come questo." (fonte: Google Books)
  MemorialeSardoShoah | May 11, 2020 |
"Da quando ho cominciato a scrivere, il mio sogno è stato di poter trattare un argomento come quello de L'ultimo dei Giusti. Ma per molto tempo non ne ho avuto il coraggio. Non voglio dire che pensassi di non averne i mezzi (anche se più d'una volta ho provato questa sensazione): voglio realmente dire che non credevo di avere il diritto di scrivere un libro come questo.
"Vi ho dedicato quattro anni. Il libro ha avuto cinque versioni, tutte molto diverse tra loro, o per contenuto o per costruzione, o per la traiettoria che esse delineavano. Originariamente, la prima versione era limitata ai tempi nostri, cioè a ciò che avevo visto di persona. E poi, a poco a poco mi sono reso conto che per cogliere appieno un personaggio ebraico, bisognava far uso d'altri mezzi. Bisognava far intervenire un'altra dimensione, una dimensione storica.
"I rapporti fra il romanzo (che è uno strumento di apprensione del mondo) e il mondo stesso cambiano. Ai tempi di Balzac, per esempio, bastava situare un essere umano in un ambiente. La psicologia era - per così dire - consustanziale all'ambientazione. C'è rapporto tra la poltrona del cugino Pons e la psicologia del cugino Pons.
"Oggi invece il problema si pone diversamente. Ma la questione è anche più 'scottante' quando si tratti di personaggi ebraici, non soltanto perché un personaggio ebraico esprime i problemi del tempo, le difficoltà del tempo, ma anche perché è difficile definire un essere ebraico in un momento dato, giacché non esistono in rapporto né un ambiente dato, né un territorio particolare e neanche una tradizione chiara. Non c'è che una specie di continua deambulazione attraverso l'Europa e attraverso il tempo; né ci si può contentare di mettere mano esclusivamente agli ultimi anelli della catena, perché in sé tali anelli non significano nulla e il personaggio singolo può addirittura non sapere d'essere l'anello d'una lunga catena. Questa considerazione mi ha dunque condotto a risalire nel tempo. Scrivere questo romanzo è stato per me, se volete, una vera e propria avventura. Strada facendo mi sono accorto che a questa catena storica bisognava aggiungere un filo spirituale che desse una definizione della storia ebraica, perché senza questo filo spirituale la storia ebraica è incomprensibile. Ciò mi ha portato a risalire al medioevo e a strutturare spiritualmente il romanzo con la leggenda dei Giusti. La leggenda dei Giusti fonde insieme, per così dire, due necessità: quella di dare al libro, sul piano della struttura formale, un filo storico, romanzesco, lineare; e la necessità di conferirgli una 'direzione' spirituale.
"Mi si è mossa l'accusa di aver plagiato quindici righe da un racconto dello scrittore yiddish Mendele Mochèr Sefarìm e di aver utilizzato documenti sui campi di sterminio. Alla prima accusa rispondo che non sono nato nel 1185, l'anno da cui inizia il racconto de L'ultimo dei Giusti, non ho mai conosciuto la Polonia chassidica, né la Germania hitleriana. Ho cercato di rivivere tutto questo leggendo, accumulando una quantità di appunti. Ora mi vedo accusato di plagio. Ma se fossi stato un plagiario 'cosciente e organizzato' avrei certamente saputo rimaneggiare e dissimulare meglio le fonti delle mie informazioni. A proposito del secondo punto d'accusa, non ho niente in contrario ad ammettere di aver utilizzato direttamente l'opera di Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quella del mio caro e vecchio amico Michel Borwicz, Écrits des condamnés à mort sous l'occupation allemande. Nell'uno e nell'altro caso, si tratta di documenti. Io non sono stato in campo di sterminio. Non ho visto con i miei occhi la 'selezione' dei condannati. Si trattava di dimostrare il carattere storico di quei fatti, mal noti comunque al gran pubblico. Ma non è certo nell'inserire tali testimonianze dirette nel mio libro, che io ho avuto degli scrupoli. Anzi, gli scrupoli mi sono venuti quando si trattava di inventare, di proseguire la narrazione romanzesca, di rivivere quei fatti per mezzo dei personaggi del romanzo. Da principio, avrei voluto fermarmi al campo di Drancy: e poi ho sentito la necessità assoluta di seguire il mio eroe fin nella camera a gas. Quelle pagine sono state scritte in una specie di delirio, perché se mi sentivo appunto autorizzato a far storia, a riprodurre brani di testimonianze di deportati, una sorta di orrore sacro mi impediva di 'fare della letteratura'. È per questo che, quando la finzione romanzesca cedeva il passo alla storia dei campi di sterminio, io ho lasciato, fin dove m'era possibile, quelle testimonianze allo stato bruto. Centinaia di libri sono stati pubblicati sui campi di concentramento. Avrei potuto amalgamare le varie descrizioni della 'selezione,' rifonderle in una maniera romanzesca. Ma non mi sentivo proprio il diritto di 'fare della letteratura', a quel punto. Chi è ebreo, mi capirà."
André Schwarz-Bart ( )
  BiblioLorenzoLodi | Feb 13, 2015 |
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"Den siste rettferdige" tok franske lesere med storm da den kom ut i 1959, og forfatteren mottok den høythengende Goncourt-prisen (sensasjonelt for en debutroman).

En gammel jødisk legende forteller at det i hvert slektledd må finnes 36 rettferdige, som skal påta seg slektens byrder og sikre dens fortsettelse. Handlingen begynner i York i året 1185, med en pogrom i en aldri avsluttet serie av pogromer. Nærmere vår egen tid er det Ernie Levy – bokens hovedperson – som fullfører historien. Han blir "den siste rettferdige" idet han elendig, men verdig møter døden i gasskammeret, som den siste i slekten Levy. Året er 1943. Ernie har i hele sitt kortvarige liv tatt lidelsene inn over seg med en nesten mystisk ro. Golda, hans unge elskede, blir hans vei inn i den store kjærligheten og det store offeret. Hans skjebne, blant seks millioner andre, blir et symbolsk martyrium, der det ubegripelige får et skjær av forsoning og skjønnhet. I seg selv et mysterium.

Den siste rettferdige kom på norsk første gang i 1960.
 

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Nome dell'autoreRuoloTipo di autoreOpera?Stato
Schwarz-Bart, Andréautore primariotutte le edizioniconfermato
Becker, StephenTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Riva, ValerioTraduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato
Schalekamp, Jean A.Traduttoreautore secondarioalcune edizioniconfermato

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Titolo canonico
Titolo originale
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Premi e riconoscimenti
Epigrafe
Dedica
Incipit
Ai nostri occhi giunge la luce di stelle morte.
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Nota di disambiguazione
Redattore editoriale
Elogi
Lingua originale
DDC/MDS Canonico

Risorse esterne che parlano di questo libro

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THE BOOK- In every generation, according to Jewish tradition, thirty-six just men, the Lamed-waf, are born to take the burden of the world's suffering upon themselves. At York in 1185 the just man was Rabbi Yom Tov Levey, whose sacrifice so touched God that he gave his descendants one just man each generation, all the way down to Ernie Levey, the last of the just, killed at Auschwitz in 1943. This, then, is the story of Ernie Levey.

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